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Antigone
Ogni città riceve la sua forma dal deserto a cui si oppone.
politica estera
12 gennaio 2009
Palestina
il manifesto, 6 gennaio 2009
COMMENTO
di Alessandro Dal Lago
PALESTINA
Se la religione è l'ultima risorsa
Da tempo una parte consistente di mondo è oggetto di violenza militare assoluta, senza che la sofferenza dell'umanità che vi abita sia per nulla considerata dai poteri mondiali. È quella nebulosa a vario titolo definita araba, musulmana, mediorientale ecc. Oggi, dopo l'Iraq e l'Afghanistan, centro del vortice è Gaza. Zona grande un terzo del comune di Roma, ma popolata più di Milano. Che una guerra totale sia condotta in quella concentrazione urbana «con riguardo ai civili» è cosa cui solo le ipocrite cancellerie europee possono far finta di credere.
Qui non si tratta solo di «inadeguatezza» del nostro ministro degli esteri, lo spensierato Frattini. Si tratta di una conseguenza della definizione di Hamas come gruppo terrorista. Poiché i palestinesi di Gaza hanno eletto Hamas, sono terroristi anche loro. Questa è l'idea di fondo, neanche troppo implicita, visibile nelle dichiarazioni del primo ministro ceco, ma anche nelle contorsioni del francese Nicolas Sarkozy. È né più né meno il succo del pensiero strategico israeliano, confortato da Bush e, per ora, dal silenzio di Obama.
Le lacrime di circostanza sui bambini fin qui polverizzati, su quelli che moriranno e sulle decine di migliaia che resteranno traumatizzati per sempre, mentre da anni vivono senza cibo, acqua e medicinali, servono a lubrificare agli occhi delle nostre distratte opinioni pubbliche, celando un fatto elementare: che in queste guerre indiscriminate la vita di un civile «terrorista» vale un centesimo o un duecentesimo di quella di un israeliano o di un americano (così è andata in Iraq e va in Afghanistan).
Al di là di considerazioni fin troppo ovvie sulla differenza antropologica che ciò comporta (esistono oggi due tipi di umanità, una a pieno titolo, la nostra, e una microscopica o nulla, la loro), vale la pena domandarsi quale sia la logica politica che ne discende. La risposta, purtroppo, non sembra difficile: il massacro dei palestinesi come fine e non come mero mezzo militare.
La leadership dell'autorità palestinese, corrotta quanto si vuole, è stata ridicolizzata a vantaggio di Hamas non solo dal suo opportunismo e dagli errori , ma dalla volontà occidentale e israeliana di non permettere la nascita di un autentico stato palestinese. Gli insediamenti dei coloni hanno fatto il resto. Con la conseguenza che Hamas è stata visto dai palestinesi come un gruppo che almeno, perso per perso, assicurava un minimo di dignità e di resistenza. Esattamente come Hezbollah in Libano.
Il fondamentalismo religioso è un risultato di questo processo, non la sua causa principale. È l'isolamento assoluto e la consapevolezza di non essere nulla al mondo, nuda carne in balia di variabili come l'attuale vuoto di potere in Usa, l'inconsistenza europea o la politica interna israeliana, che spiegano a sufficienza l'evoluzione islamista ormai dilagante in Medio Oriente.
E non solo là. Dov'è la sorpresa dei migranti che chiudono in preghiera le manifestazioni di protesta, in Europa e in Italia, contro l'attacco a Gaza? La religione, soprattutto agli occhi dei giovani, appare come l'ultima risorsa di una resistenza a cui qualsiasi motivazione politico-ideologica tradizionale è venuta a mancare. Resistenza contro Israele, certo, ma anche contro le élites autoritarie e opportuniste dei paesi arabi, l'indifferenza europea e l'ottusità muscolare del governo americano. E così la simpatia per il radicalismo islamico tra i palestinesi (che non hanno nulla da perdere), o da noi, dove i diseredati si identificano facilmente con loro, non può che aumentare. È probabile che da qualche parte, nelle montagne tra Afghanistan e Pakistan, qualcuno si stia fregando le mani.
C'è nella questione palestinese un problema di giustizia così abissale che oggi è difficile persino definirlo con le parole esatte. Non altrimenti si spiegherebbe l'emozione che circonda la prossima proiezione del film «Valzer con Bashir», che rievoca una strage di palestinesi avvenuta ventisei anni fa, Sabra e Chatila.

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permalink | inviato da Antigone il 12/1/2009 alle 22:31 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (6) | Versione per la stampa
diritti
14 agosto 2008
Il razzismo al potere

Con i neofascisti al potere e il razzismo diventato senso comune grazie ad accorte campagne mediatiche, in Italia accadono cose che fanno vergognare di essere italiani. 

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permalink | inviato da Antigone il 14/8/2008 alle 13:25 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (8) | Versione per la stampa
spettacoli
12 agosto 2008
Dietro ogni blasfemo c'è un giardino incantato
POLITICA
9 giugno 2008
A proposito di PGT...
"La città sostenibile si sviluppa per rispettare e ricreare il massimo possibile degli assetti ambientali naturali, per rendere sempre possibile l'uso delle risorse e per minimizzare l'impatto sull'ambiente naturale locale e più ampio.
E' una città regionale e globale: non importa se sia grande o piccola, perché le sue responsabilità travalicano i confini municipali.
Essa comporta l'adozione di un programma partecipativo di cambiamento radicale, in cui gli individui sono incoraggiati verso maggiori responsabilità nella gestione urbana.
La città sostenibile inoltre richiede che gli assetti ambientali e gli impatti siano distribuiti più equamente di prima.
E' una città dove si impara, si condivide, si è inclusi in una rete internazionale.
La città sostenibile non corrisponde a una visione idealizzata di insediamenti del passato e nemmeno esprime tagli radicali con le sue origini e identità culturali, economiche e fisiche in nome di forme maniacali di cambiamento urbano totale.
Essa pertanto cerca di conservare, valorizzare e promuovere il suo assetto ambientale naturale, costruito e culturale.
Infine, la città sostenibile offre eccezionali opportunità per migliorare la qualità ambientale alla scala locale, regionale e globale."
G. Haughton e C. Hunter, Sustainable Cities, Londra, Regional Studies Association, 1996, p. 311.
8 giugno 2008
Bergamo dice no alla deriva razzista - ricevo e volentieri pubblico

BERGAMO DICE NO ALLA DERIVA RAZZISTA!

Sono ormai alcuni mesi che la politica italiana si è fatta "politica della paura". Stiamo assistendo ad una spirale crescente di domanda di sicurezza da un lato e di messa a punto di dispositivi securitari dall'altro, che non fanno altro che alimentare e confermare l'allarmismo dell'opinione pubblica. Allarmismo fondato non sui dati oggettivi dei crimini (che sono in diminuzione), ma su un trasversale e pervasivo sentimento di paura.

Negli ultimi tempi sta però avvenendo un salto di qualità. L'ossessione per la sicurezza ha bisogno di capri espiatori. C'è bisogno di individuare qualcuno che rappresenti l'ostacolo al raggiungimento dell'ordine pubblico. Chi meglio dei rom e dei migranti che non sono in possesso di documenti regolari?

Lungo questa scia, stiamo assistendo a fatti inquietanti. Da un lato alcuni cittadini si sentono in diritto di realizzare l'ordine pubblico utilizzando i mezzi più retrivi. Dall'altro il Governo Berlusconi fornisce la copertura politica e culturale a queste azioni e rincara la dose per via legislativa puntando all'introduzione del reato di immigrazione clandestina.

I recenti rastrellamenti sui mezzi pubblici di Milano a caccia di "clandestini" evidenziano come la deriva securitaria in salsa italiana stia prendendo ormai la forma del razzismo. La Lombardia sta diventando il laboratorio di questa politica della paura e del razzismo, e Bergamo non fa eccezione, visto che si stanno preparando massicce operazioni di polizia finalizzate ai rastrellamenti e alle espulsioni di migranti senza permesso di soggiorno.

Ma il razzismo è l'inquietante superficie di qualcosa di ben più profondo. Non c'è contraddizione tra la crescente domanda di criminalizzazione dei migranti senza permesso di soggiorno e la sempre più massiccia presenza di lavoro migrante nei nostri territori. Non ci sono due società: una razzista nei confronti del "diverso" e un'altra buona che ne ricerca l'integrazione nel tessuto produttivo. Vi è un unico dispositivo di "inclusione differenziata" che tramite delle sconclusionate leggi sull'immigrazione crea lavoratori di serie A e di serie B, cittadini depositari di diritti e non-cittadini costretti all'invisibilità lungo la linea del colore della pelle e dell'accesso a un passaporto. Il lavoro migrante ridotto all'invisibilità e alla clandestinità è stata una delle più efficaci "stampelle" per un capitalismo Italiano (e Lombardo e Bergamasco) sempre più traballante, sempre più incapace di creare innovazione e di investire. E per questo ridotto a basare i proprio profitti sullo sfruttamento del lavoro clandestino.

Non sono i migranti clandestini ad essere fuori dall'Europa per non avere un passaporto UE. Semmai è l'Italia ad esserci entrata in Europa grazie al lavoro migrante clandestino e ai suoi enormi potenziali di produttività e di creazione di ricchezza!

Quindi ci opponiamo ai "professionisti della paura" che speculano sulle sempre più diffuse e lucrose incertezze; e rispondiamo con una politica attiva che sappia individuare quali sono i luoghi del conflitto contemporaneo testimoniando così la nostra vocazione universale.

** C.S.A. Pacì Paciana, Millepiani

Per adesioni collettive: millepianibg@gmail.com <mailto:millepianibg@gmail.com> - paci.paciana@inventati.org <mailto:paci.paciana@inventati.org>

Per adesioni personali: http://www.petitiononline.com/bergamo/petition.html


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permalink | inviato da Antigone il 8/6/2008 alle 14:29 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (30) | Versione per la stampa
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Chiara Drago

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